Ti è mai capitato di avere la sensazione che, appena hai finalmente capito come funzionano le cose, tutto sia già cambiato?
Una nuova tecnologia, un nuovo strumento di intelligenza artificiale, un’organizzazione che modifica le proprie regole, un mercato che cambia, un progetto che prende una direzione diversa da quella prevista. E mentre cerchi di rimettere ordine, arriva già qualcosa di nuovo che ti costringe a ricominciare.
In questi momenti c’è una tentazione molto forte: cercare di mantenere tutto sotto controllo. Il problema è che, quando il cambiamento accelera, il controllo assoluto diventa un’illusione.
La vera competenza non è quindi riuscire a prevedere tutto quello che succederà: è diventare capaci di adattarsi rapidamente senza perdere la propria direzione.
E qui lo sport ha molto da insegnarci.
L’atleta non corre mai su una pista completamente immobile
Quando guardi un atleta prima di una gara puoi avere l’impressione che tutto sia stato programmato nei minimi dettagli: allenamento, alimentazione, recupero, strategia, tecnica, obiettivo, ed è giusto che sia così.
Ma poi arriva la gara, e la realtà presenta sempre qualche sorpresa. Un avversario parte più forte del previsto e detta un ritmo per te insostenibile, le condizioni ambientali sono diverse da quelle attese, una sensazione fisica anomala ti impensierisce… e alla fine la strategia che sembrava perfetta improvvisamente non funziona più.
L’atleta efficace non è quello che riesce a fare esattamente ciò che aveva previsto: è quello che sa modificare il proprio comportamento quando la situazione lo richiede.
Non significa improvvisare: significa avere una direzione sufficientemente chiara da poter cambiare strada senza perdere la meta, ed è una differenza enorme.
Adattarsi non significa diventare una banderuola
Quando parlo di adattabilità, non intendo la capacità di cambiare idea ogni cinque minuti o di adeguarsi passivamente a qualsiasi cosa accada, anzi. Una persona realmente adattabile possiede una caratteristica apparentemente opposta: ha dei punti fermi molto chiari, perché sa chi è, sa cosa conta per lei, sa dove vuole andare… e proprio per questo può permettersi di modificare il percorso.
Pensa a un navigatore satellitare. Se una strada è chiusa, il navigatore non conclude che la destinazione non esiste più, non si mette a imprecare contro il cartello stradale e non rimane fermo davanti alla barriera: ricalcola. La destinazione rimane la stessa: cambia il percorso.
Questa, per me, è una delle immagini più semplici per spiegare l’adattabilità.
Non devi necessariamente cambiare destinazione. A volte devi semplicemente ricalcolare il percorso.
Il problema nasce quando confondiamo il piano con la direzione
Uno degli errori più comuni che incontro nel lavoro con le organizzazioni è questo: le persone si affezionano al piano più che all’obiettivo.
“Avevamo deciso di fare così!”, “Era stato programmato in questo modo!”, “Abbiamo sempre fatto così!”, “Ormai abbiamo investito troppo per cambiare!”: ti è familiare uno di questi schemi?
Queste affermazioni possono sembrare espressione di determinazione, tuttavia possono nascondere una difficoltà ad adattarsi, perché un piano è uno strumento, non è la destinazione.
Se le condizioni cambiano, continuare a seguire ostinatamente un piano che non è più efficace non significa essere perseveranti: significa rischiare di trasformare la coerenza in rigidità.
Lo stesso vale nello sport. Un atleta può avere preparato (e visualizzato) per mesi una strategia di gara, ma se durante la competizione emergono condizioni completamente diverse, deve essere in grado di modificarla, altrimenti rischia di difendere il proprio piano proprio mentre il piano sta smettendo di funzionare.
La resilienza non basta: serve flessibilità
Negli ultimi anni abbiamo parlato moltissimo, e giustamente, di resilienza. La resilienza ci permette di affrontare difficoltà, ostacoli, crisi e momenti di pressione senza arrenderci, mantenendo la motivazione al livello più elevato possibile fino al raggiungimento del nostro obiettivo.
Ma c’è un passaggio ulteriore che diventa fondamentale in un mondo caratterizzato da cambiamenti continui: non basta resistere alla situazione; bisogna anche sapersi adattare alla nuova situazione.
Immagina un atleta che durante una gara incontra un ostacolo. La resilienza gli permette di non mollare, ma è l’adattabilità che gli permette di capire come continuare.
Questa distinzione è importante, perché puoi essere molto determinato e contemporaneamente molto rigido, puoi avere una grande forza di volontà e continuare a spingere nella direzione sbagliata, puoi essere resistente, ma non flessibile:
la vera forza mentale nasce dalla combinazione tra fermezza e flessibilità.
Obiettivo fermo sui valori e sulla direzione; flessibile sulle modalità con cui raggiungerlo.
Quando il cambiamento arriva in azienda
Quello che succede nello sport è esattamente ciò che oggi vediamo nelle organizzazioni.
Un’azienda può avere una strategia eccellente, ma il mercato può cambiare; può avere persone competenti, ma può arrivare una nuova tecnologia che modifica completamente il modo di lavorare; può avere processi consolidati, ma un cliente importante può cambiare le proprie esigenze; e, infine, può avere un modello organizzativo efficace, ma la crescita dell’azienda può renderlo improvvisamente inadeguato.
In tutti questi casi emerge una domanda fondamentale: quanto siamo capaci di cambiare senza perdere ciò che ci rende riconoscibili?
È qui che entra in gioco anche la leadership.
Un leader che pretende di avere sempre la risposta rischia di diventare rapidamente il collo di bottiglia dell’organizzazione. Un leader adattabile, invece, costruisce una squadra capace di osservare ciò che accade, prendere decisioni, sperimentare e correggere la rotta, perché quando il contesto cambia velocemente, non puoi avere una persona che pensa e cento persone che eseguono: hai bisogno di persone che sappiano pensare.
L’intelligenza artificiale accelera il problema
Oggi questo tema è diventato ancora più evidente per effetto dell’intelligenza artificiale, e non serve essere esperti di tecnologia per rendersene conto. Strumenti che fino a poco tempo fa sembravano futuristici sono entrati nella quotidianità di professionisti, aziende, studenti e creativi.
Il punto non è semplicemente imparare a utilizzare un nuovo strumento. Il vero cambiamento consiste nel dover rivedere continuamente il modo in cui lavoriamo, perché ciò che oggi rappresenta un vantaggio competitivo domani potrebbe essere diventato “normale”, e una competenza che ieri sembrava indispensabile potrebbe essere affiancata o potenziata dalla tecnologia.
Per questo l’adattabilità sta diventando una competenza trasversale sempre più importante, ma attenzione: adattarsi alla tecnologia non significa lasciare che sia la tecnologia a decidere chi diventiamo.
La direzione deve rimanere nostra: gli strumenti possono cambiare e pure le modalità di lavoro e le competenze possono cambiare, ma valori, responsabilità, capacità di giudizio, relazioni e senso dello scopo non possono essere delegati automaticamente a una macchina.
È proprio qui che l’essere umano può e deve continuare ad avere un vantaggio straordinario.
Come si allena l’adattabilità?
La buona notizia è che l’adattabilità non è soltanto un tratto della personalità: è anche una competenza che possiamo allenare.
Puoi cominciare con cinque domande potenti.
1. Che cosa è cambiato?
Prima di reagire, osserva. Se non riconosci il cambiamento, rischi di continuare a comportarti come se le condizioni fossero quelle di prima.
2. Che cosa rimane invariato?
Questa è una domanda potentissima. In mezzo al cambiamento cerca i tuoi punti fermi: valori, obiettivi, competenze, relazioni, responsabilità.
3. Che cosa non funziona più?
Non difendere automaticamente ciò che hai fatto fino a ieri. Chiediti se è ancora efficace.
4. Che cosa posso modificare subito?
L’adattabilità diventa concreta soltanto quando produce un’azione. Individua una cosa che puoi fare diversamente già oggi.
5. Sto cambiando direzione oppure soltanto percorso?
Questa è la domanda decisiva: se hai perso di vista il tuo obiettivo, forse devi rimettere a fuoco la direzione; se invece l’obiettivo è ancora valido, probabilmente devi semplicemente ricalcolare il percorso.
Il rischio più grande è voler tornare indietro
C’è un altro aspetto che considero fondamentale: la resistenza al cambiamento: quando qualcosa cambia, spesso desideriamo tornare alla situazione precedente.
“Prima era più semplice!”, “Prima funzionava meglio!”, “Prima sapevo cosa fare!”… È umano, ma il passato non è necessariamente il posto migliore verso cui tornare, però potrebbe essere il posto da cui partire per costruire qualcosa di nuovo.
Un atleta che si infortuna deve affrontare proprio questo processo. Non può semplicemente pretendere di tornare immediatamente al livello precedente. Deve accettare la nuova condizione, comprendere ciò che è cambiato e costruire progressivamente una nuova normalità.
Lo stesso vale nella vita e nel lavoro.
Non sempre dobbiamo recuperare ciò che eravamo. A volte dobbiamo diventare qualcosa di nuovo.
La direzione prima della velocità
Viviamo in un’epoca nella quale tutto sembra premiare la velocità. Rispondere velocemente, imparare velocemente, cambiare velocemente, crescere velocemente… Ma c’è una domanda che dovremmo porci più spesso:
“Sto andando velocemente nella direzione giusta?”.
Sì, perché essere adattabili non significa correre per forza dietro a ogni novità. Significa saper distinguere ciò che merita la nostra attenzione da ciò che non la merita e avere abbastanza consapevolezza da poter cambiare senza disperdersi.
È un po’ il principio del “non devi fare di più ma devi scegliere meglio”: in un ambiente nel quale gli stimoli aumentano continuamente, la capacità di scegliere diventa una forma di performance.
È il momento di agire!
Se c’è una cosa che lo sport mi ha insegnato è che la prestazione non consiste nel controllare tutto ciò che accade ma consiste nel prepararsi a rispondere a ciò che accade, e questa è una lezione che vale anche fuori dalla pista, perché, che lo vogliamo o no, il mondo continuerà a cambiare, le tecnologie continueranno a evolvere e le aziende continueranno a trasformarsi. Le persone che oggi lavorano con te potrebbero avere domani ruoli diversi e tu stesso, tra qualche anno, potresti non essere più la persona che sei oggi.
Non è una minaccia, è la vita, dunque la vera domanda non è: “Come faccio a impedire che tutto cambi?” ma è:
“Come posso diventare abbastanza forte e abbastanza flessibile da continuare a crescere anche quando tutto cambia?”.
Questa è l’adattabilità: non perdere te stesso mentre cambi, ma allenarti a cambiare rimanendo fedele alla tua direzione, proprio come un atleta vincente.
Trasparenza: per la realizzazione di alcune immagini presenti nel Blog di MB vengono utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. I contenuti testuali restano frutto dell’esperienza professionale e delle riflessioni dell’autore.





