Ci sono giornate in cui tutto sembra funzionare.
Entri in pista, in campo, in piscina o in palestra e improvvisamente il gesto viene naturale. Non devi pensarci troppo: il corpo sembra sapere cosa fare, la mente non interferisce, il tempo cambia percezione e quello che normalmente richiede attenzione diventa spontaneo e naturale, come se tu avessi inserito il pilota automatico.
Hai mai provato quella sensazione?
È definito stato di flow: una condizione nella quale sei completamente immerso in ciò che stai facendo, con un livello elevato di concentrazione e una percezione particolarmente fluida del gesto.
Il problema è che spesso lo consideriamo una specie di magia: “Oggi ero in flow!”. Come se il flow fosse una condizione che capita oppure non capita, qualcosa che arriva quando vuole lui e che l’atleta può soltanto sperare di incontrare.
Io la vedo diversamente.
il flow non si aspetta: si prepara.
Il flow non è un interruttore che puoi accendere
Cominciamo da una precisazione importante: preparare il flow non significa poterlo comandare a piacimento. Non esiste una procedura magica che garantisca: “Fai queste cinque cose e tra dieci minuti entrerai sicuramente in flow”. Sarebbe una promessa tanto affascinante quanto poco realistica.
Il punto è un altro: puoi allenare le condizioni che rendono più probabile una prestazione fluida.
È una differenza enorme, perché un atleta esperto non controlla tutto ciò che accade durante una gara. Non controlla il pubblico, il vento, l’avversario, il cronometro, il giudizio degli altri o le sensazioni che emergeranno quel giorno, però può arrivare alla gara avendo allenato la capacità di concentrarsi, gestire le proprie energie, riconoscere le distrazioni, utilizzare una routine e riportare l’attenzione sul compito.
Ed è proprio qui che il flow smette di essere qualcosa da aspettare e diventa una conseguenza possibile di una preparazione ben costruita.
Quando la mente smette di intralciare il corpo
Pensa a un gesto tecnico che hai ripetuto migliaia di volte. All’inizio dovevi pensare a tutto: posizione dei piedi, movimento delle braccia, respirazione, ritmo, coordinazione, poi, con l’allenamento, una parte sempre maggiore di quelle informazioni è diventata automatica.
Durante una gara, però, può entrare nella testa un pensiero negativo:
“E se sbaglio?”.
“Devo recuperare”.
“Quanto manca?”.
“Sto andando forte?”.
“L’avversario è davanti”.
In un attimo, l’attenzione si sposta dal gesto al giudizio sul gesto, e più cerchi di controllare consapevolmente qualcosa che avevi imparato a fare in modo naturale, più rischi di interferire con quella naturalezza.
Per questa ragione una delle condizioni fondamentali del flow è la capacità di rimanere dentro il compito, invece di osservarti continuamente mentre lo esegui.
Non significa diventare una macchina senza emozioni; significa imparare a non trasformare ogni sensazione, ogni errore o ogni pensiero in un nuovo problema da risolvere.
La prima preparazione è quella che fai prima della gara
Il flow non comincia necessariamente quando parte la gara, può iniziare molto prima, attraverso una routine pre gara che aiuti l’atleta a costruire progressivamente le condizioni mentali giuste.
Una routine efficace non deve essere lunga né complicata: deve essere ripetibile. Il suo scopo non è creare una specie di rituale superstizioso, ma è aiutarti a passare gradualmente dalla dimensione quotidiana alla dimensione della prestazione, dalla dimensione cognitiva controllata alla dimensione cognitiva automatica.
Puoi, per esempio, costruire una sequenza personale che comprenda:
- respirazione, per regolare il livello di attivazione;
- attenzione al corpo, per riconoscere tensioni inutili;
- concentrazione, per restringere progressivamente il campo attentivo;
- visualizzazione, per richiamare il gesto e la situazione di gara;
- parole chiave, per riportare rapidamente la mente sul compito;
- un comportamento fisico preciso, come un respiro, un movimento o un gesto che diventi il segnale di ingresso nella prestazione.
Questi strumenti hanno qualcosa in comune: non servono a creare il flow direttamente, ma a togliere ostacoli alla prestazione, ed è una distinzione che vale la pena ricordare.
Il flow ha bisogno di attenzione, non di controllo
Uno dei paradossi della prestazione è questo: per eseguire bene qualcosa devi essere presente, ma se cerchi di controllare ogni dettaglio rischi di diventare troppo presente a te stesso.
È come guidare un’automobile pensando continuamente a ogni singolo movimento del piede, delle mani e del cambio: quando hai imparato a guidare, non hai bisogno di analizzare ogni gesto, è come se al tuo posto guidasse il pilota automatico.
Lo stesso accade nello sport. Quando la tecnica è stata sufficientemente allenata, il compito della mente durante la gara non è necessariamente quello di controllare tutto: è soprattutto quello di selezionare ciò che merita attenzione.
Questa capacità è strettamente collegata alla consapevolezza, attenzione e concentrazione: non puoi impedire alla tua mente di ricevere stimoli; puoi però allenarti a scegliere dove dirigere la tua attenzione.
Nel flow questa capacità diventa particolarmente importante: meno energia mentale viene sprecata per ciò che non serve, più risorse possono essere dedicate al compito.
La routine ti prepara anche quando il flow non arriva
C’è poi un aspetto ancora più importante, perché una buona routine non serve soltanto nei giorni in cui tutto funziona: serve soprattutto nei giorni difficili.
Può capitare che tu abbia dormito male, che le gambe siano pesanti, che tu sia nervoso, che il riscaldamento non sia andato come volevi, che il pubblico faccia rumore, che l’avversario ti metta pressione…
In quelle situazioni, aspettare il flow può diventare una trappola e se trattieni il pensiero: “Oggi non sono in flow, quindi non posso rendere”, hai già consegnato il controllo della tua prestazione a uno stato mentale che non puoi comandare direttamente.
Se invece pensi: “Anche se non mi sento perfettamente pronto, so cosa posso fare”, la situazione cambia e la tua routine diventa un punto di riferimento.
Ti permette di tornare a ciò che conosci: respirare, focalizzarti, eseguire il primo gesto, osservare ciò che accade e correggere senza drammatizzare, ed è esattamente lo stesso principio che vale dopo un errore.
Non puoi cancellare ciò che è appena successo, ma puoi allenare il reset mentale che ti permette di tornare rapidamente all’azione successiva.
Preparare il flow significa preparare il terreno
Immagina un campo prima di una partita. Puoi avere il miglior giocatore del mondo, ma se il terreno è pieno di ostacoli, sarà difficile esprimere tutto il suo potenziale.
La tua mente funziona in modo simile: non puoi ordinarle “Adesso entra nel flow!”, tuttavia puoi preparare il terreno. Puoi arrivare alla gara con un livello di attivazione adeguato, puoi avere una routine conosciuta, puoi sapere quali sono le tue parole chiave, puoi aver allenato la visualizzazione, puoi sapere come reagire a una distrazione, puoi aver sperimentato cosa succede quando la pressione aumenta e, soprattutto, puoi aver imparato a non inseguire continuamente la prestazione perfetta.
Questo ultimo punto è fondamentale:
più cerchi disperatamente di “sentirti in flow”, più rischi di spostare l’attenzione dalla prestazione alla ricerca dello stato mentale ideale.
Il flow arriva proprio quando smetti di cercarlo e ti immergi completamente nel compito.
La mia routine inizia molto prima dello start
Da atleta so quanto sia facile cadere nella tentazione di pensare alla prestazione soltanto quando arriva il momento della gara.
In realtà, la prestazione comincia molto prima. Comincia durante gli allenamenti nei quali impari a riconoscere le sensazioni, durante le prove nelle quali sperimenti la respirazione, durante gli esercizi nei quali impari a recuperare la concentrazione dopo una distrazione e, ovviamente, durante le gare nelle quali scopri cosa succede alla tua mente quando aumenta la pressione.
È lì che costruisci il repertorio che poi porterai con te in gara, ed è per questo che mi piace pensare alla routine mentale come a una specie di riscaldamento mentale invisibile.
Come non ti presenteresti a una gara importante senza aver preparato il corpo, allo stesso modo non dovresti affidare completamente al caso la preparazione della tua mente, e anche ciò che accade lontano dal gesto sportivo fa parte della preparazione della prestazione.
Non devi aspettare il flow. Devi allenare ciò che lo rende possibile
Il flow rimane una delle esperienze più affascinanti che un atleta possa vivere. Quando accade, sembra quasi che tutto diventi semplice, ma dietro quella semplicità apparente spesso c’è una grande quantità di lavoro invisibile, fatto di competenza tecnica, esperienza, preparazione fisica, gestione delle emozioni, concentrazione, routine, recupero, capacità di reagire agli imprevisti.
In altre parole, il flow non è il premio che arriva perché sei fortunato: è una condizione che può emergere quando hai preparato abbastanza bene il terreno perché la prestazione possa esprimersi senza troppe interferenze.
Perciò, la prossima volta che qualcuno ti dirà: “Oggi ero in flow”, prova a guardare oltre quella frase e chiediti cosa ha fatto prima, come si è allenato, come ha dormito, come ha gestito l’attivazione, come ha costruito la sua routine, come ha imparato a concentrarsi…
Sì, perché il flow può sembrare magia quando lo guardi da fuori, ma quando lo prepari da dentro, scopri che dietro la magia c’è allenamento.
È il momento di agire!
Prova a programmare con la stessa attenzione con cui rispetti il tuo allenamento anche il recupero tra una seduSe vuoi trasformare questo concetto in qualcosa di concreto, prova a fare un piccolo esperimento. Per le prossime settimane, costruisci una routine di pochi minuti da utilizzare prima degli allenamenti più importanti.
Scegli tre elementi:
- un elemento fisiologico, per esempio tre respirazioni lente e profonde;
- un elemento attentivo, come una parola chiave che richiami il focus sul compito;
- un elemento tecnico, cioè una breve visualizzazione del gesto che vuoi eseguire.
Ripetili sempre nello stesso ordine, poi osservati. Non chiederti: “Sono entrato nel flow?”.
Chiediti piuttosto:
“Sono più presente?”.
“Sono meno distratto?”.
“Sto lasciando che il gesto venga fuori senza controllarlo eccessivamente?”.
Queste sono domande molto più utili…
Trasparenza: per la realizzazione di alcune immagini presenti nel Blog di MB vengono utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. I contenuti testuali restano frutto dell’esperienza professionale e delle riflessioni dell’autore.





