Hai appena commesso un errore.
Può essere…
… una palla persa,
… un tiro sbagliato,
… un servizio finito in rete,
… una partenza anticipata,
… una ricezione imperfetta,
… un passaggio fuori misura.
Oppure qualcosa di apparentemente molto più piccolo: una scelta fatta con un attimo di ritardo. In una gara, però, l’errore raramente finisce nel momento esatto in cui lo commetti: il vero problema è quello che succede subito dopo.
Sì, perché…
… puoi sbagliare una volta e rimanere perfettamente dentro la gara, oppure puoi commettere un errore, continuare a pensarci, perdere concentrazione, modificare il gesto successivo e trasformare un singolo errore in una sequenza di errori.
Ed è proprio qui che si gioca una partita mentale decisiva, non tra chi sbaglia e chi non sbaglia, perché non esiste atleta che non commetta errori, ma tra chi, dopo aver sbagliato, riesce a tornare immediatamente nel presente e chi rimane mentalmente ancorato a ciò che è appena successo.
L’errore è già passato, ma la mente può continuare a viverlo
Immagina un atleta che sta disputando una gara importante. Ha preparato per settimane quell’appuntamento, conosce la tecnica, ha lavorato sulla condizione fisica, ha provato e riprovato le situazioni che potrebbe incontrare. Poi arriva il momento della gara e, per la tensione, può scapparci l’errore.
La prima reazione è quasi automatica: “Come ho fatto a sbagliare?”. Pochi secondi dopo arriva un altro pensiero: “Non devo più sbagliare!”, che, come ormai sa bene chi mi segue, è un pensiero negativo, perché il pensiero deve essere orientato a ciò che vogliamo e sappiamo fare, non a quello che temiamo di sbagliare…
E mentre la mente continua a elaborare quello che è appena successo, la gara va avanti: il corpo è nel presente, ma la mente è ancora nel passato.
Questo è uno dei meccanismi più pericolosi nello sport:
non è l’errore in sé a determinare necessariamente la prestazione successiva, ma è il significato che gli attribuiamo e, soprattutto, il tempo mentale che continuiamo a dedicargli.
Se dopo un errore continui a ripeterti mentalmente quella scena, stai utilizzando risorse cognitive che ti servirebbero per la prossima azione, però la gara non aspetta che tu abbia finito di rimproverarti o, peggio, di insultarti.
Il secondo gesto decide più del primo
C’è un concetto che considero fondamentale quando lavoro sulla performance sportiva: non puoi sempre controllare il primo gesto, ma puoi allenare quello successivo.
Il primo gesto può essere condizionato da mille variabili: una valutazione sbagliata, un avversario che ti sorprende, una condizione ambientale diversa dal previsto, una pressione superiore alle aspettative, oppure semplicemente una giornata in cui qualcosa non funziona come dovrebbe.
Il secondo gesto, invece, rappresenta la tua risposta, ed è proprio questa risposta che può cambiare completamente l’inerzia della prestazione.
Un atleta maturo non è quello che non sbaglia, è quello che sa cosa fare dopo aver sbagliato.
Questa distinzione sembra sottile, ma cambia radicalmente il modo di allenarsi, perché se il tuo obiettivo è “non sbagliare”, rischi di costruire una prestazione basata sulla paura dell’errore, laddove se il tuo obiettivo diventa “saper ripartire dopo l’errore”, inizi ad allenare una competenza molto più utile: la capacità di analizzare l’accaduto e recuperare rapidamente il controllo.
È la stessa logica che avevo affrontato parlando del reset mentale: non significa cancellare quello che è successo, ma impedire che ciò che è successo continui a condizionare ciò che deve ancora accadere. Il fatto è che durante una competizione questa procedura deve essere attuata in automatico e molto velocemente.
Errore, reazione, nuova azione
Prova a osservare una gara attraverso questa sequenza:
Errore → reazione → nuova azione.
L’errore è il fatto.
La reazione è ciò che fai mentalmente subito dopo.
La nuova azione è ciò che porterai realmente in campo, in pista, in pedana o sul terreno di gara.
Il passaggio centrale è quello decisivo, perché tra errore e nuova azione esiste uno spazio, anche brevissimo, nel quale puoi perdere il controllo oppure recuperarlo, ed è esattamente quello lo spazio che dobbiamo allenare.
Pensa a un tennista che commette un doppio fallo: il punto è terminato, non può tornare indietro e modificarlo, e, in fondo, è solo un punto. Ma quel tennista può arrivare al punto successivo pensando ancora al doppio fallo oppure può eseguire una procedura che lo riporti immediatamente sulla prossima palla.
La stessa cosa accade nel calcio dopo un passaggio sbagliato, nella pallavolo dopo una ricezione imperfetta, nel tiro dopo un colpo non riuscito, nell’atletica dopo una partenza o un passaggio di gara non eseguito come previsto…
L’errore appartiene alla prima azione. La risposta appartiene alla seconda.
Il problema non è sbagliare. È aggiungere un secondo errore mentale
Molti atleti, inconsapevolmente, commettono due errori: il primo è tecnico o tattico, il secondo è mentale.
Il primo può essere inevitabile, il secondo, invece, spesso nasce da una reazione non allenata.
“Non dovevo sbagliare”.
“E se mi succede di nuovo?”.
“Adesso però devo recuperare”.
“Non posso permettermi un altro errore”.
Frasi apparentemente innocue, ma capaci di spostare il focus dall’esecuzione alla paura delle conseguenze, e quando l’attenzione passa dal fare al controllare ossessivamente ciò che potrebbe andare storto, la qualità del gesto può peggiorare.
È un paradosso frequente nella performance: più cerchi disperatamente di non sbagliare, più rischi di giocare con l’errore nella testa prima ancora che si presenti.
La mentalità vincente non consiste quindi nel convincersi che tutto andrà bene.
La mentalità vincente consiste nell’essere pronti anche quando qualcosa potrebbe andar male.
La procedura del “secondo gesto”
Questo è un aspetto che puoi iniziare ad allenare già nel prossimo allenamento, senza aspettare la “gara importante”. Costruisci una procedura semplice, breve e ripetibile, che puoi strutturare in quattro passaggi:
1. Riconosci.
È successo: non negarlo e non cercare scuse, prendi atto dell’errore e accettalo.
2. Lascia andare.
Non significa dimenticare ciò che è successo: significa smettere di investirci energia mentale oltre il necessario.
3. Riporta il focus.
Attua il tuo ancoraggio: utilizza una parola, un respiro, un gesto o un’immagine che ti riporti nel presente.
4. Esegui.
Concentrati esclusivamente sulla prossima azione controllabile.
Quattro passaggi che, durante una gara, possono durare pochi decimi, ma quelle frazioni di secondo possono fare una differenza enorme, tra la sconfitta e la vittoria.
Non devi sentirti bene per ripartire
C’è un’altra convinzione che spesso limita quegli atleti che pensano di dover prima ritrovare la tranquillità, la fiducia o la motivazione e soltanto dopo poter tornare a esprimersi al meglio.
Non funziona così, perché puoi essere arrabbiato e fare comunque la prossima azione corretta, anzi: puoi canalizzare la tua rabbia e trasformarla in cattiveria agonistica.
Puoi essere deluso e rimanere concentrato, puoi avere paura e continuare a eseguire, puoi aver perso un punto importante e giocare bene quello successivo.
La performance non richiede sempre uno stato emotivo perfetto: richiede la capacità di agire efficacemente anche quando lo stato emotivo non è perfetto.
Questo è uno dei motivi per cui considero così importante il lavoro sulla mentalità vincente. Non si tratta di costruire un atleta che vive in uno stato permanente di sicurezza e fiducia. Si tratta di costruire un atleta capace di funzionare anche nelle condizioni difficili.
Del resto, la competizione non è un laboratorio sterile: gli errori arrivano, la pressione arriva, gli imprevisti arrivano…
La domanda è: tu cosa fai quando arrivano?
Allenare il reset significa allenare la risposta
Un errore può diventare anche un ottimo strumento di allenamento. Durante una seduta, invece di cercare esclusivamente la perfezione, puoi introdurre intenzionalmente situazioni nelle quali devi recuperare dopo un errore, perché non basta sapere teoricamente cosa fare, la procedura deve diventare familiare e automatica.
È lo stesso principio con cui alleniamo un gesto tecnico: lo ripetiamo fino a quando, nelle condizioni di pressione, diventa più facile eseguirlo.
Uno dei modi più efficaci per perdere volutamente lucidità è continuare a guardare il risultato mentre stai ancora costruendo la prestazione.
Alcuni esempi: “Sono sotto di due punti”, “Sto perdendo tempo”, “Ho già sbagliato tre volte”, “Se sbaglio anche questa, è finita”…
Subito dopo aver riconosciuto e valutato quel pensiero inquinante, modificalo, per facendoti una domanda utile: “Qual è la prossima cosa che posso fare bene?”.
Questa domanda sposta l’attenzione dal risultato all’azione, ed è sull’azione che puoi intervenire, perché non puoi controllare il punto che hai appena perso, non puoi cancellare il tiro precedente e non puoi nemmeno riscrivere il tempo che hai appena registrato, però puoi decidere come affrontare il gesto successivo.
È una delle ragioni per cui anche una sconfitta può diventare materiale prezioso per la crescita: i migliori imparano a leggere ciò che è successo per migliorare ciò che succederà.
Il campione non è quello che non cade mai
Abbiamo una rappresentazione molto romantica dello sportivo vincente. Lo immaginiamo sicuro, concentrato, imperturbabile, ma osservando davvero una competizione di alto livello, ci accorgiamo che anche i migliori attraversano momenti difficili.
La differenza non sta nell’assenza di difficoltà: sta nella velocità con cui riescono a recuperare.
Un atleta può perdere lucidità per dieci secondi oppure per dieci minuti, può commettere un errore e trasformarlo in un episodio isolato oppure trascinarselo dietro per tutta la gara: la capacità di resettarsi, quindi, è quindi una competenza di performance.
Non è un talento misterioso riservato ai campioni, ma è qualcosa che può essere osservato, progettato, allenato e verificato.
La gara non ricomincia domani. Ricomincia adesso
Alla fine, torniamo alla domanda iniziale: cosa succede dopo l’errore? La risposta può diventare la parte più importante della tua prestazione.
Puoi rimanere a guardare quello che hai appena combinato, oppure puoi alzare lo sguardo e cercare la prossima azione.
Puoi continuare a chiederti “Perché ho sbagliato?”, oppure puoi chiederti “Cosa faccio adesso?”.
La prima domanda appartiene al passato; la seconda appartiene alla gara, e la gara non aspetta.
Per questo, se vuoi allenare davvero una mentalità vincente, non limitarti a lavorare sulla prestazione perfetta.
Allenati anche a ripartire.
Allenati a sbagliare e recuperare.
Allenati a perdere un punto e giocare quello successivo.
Allenati a subire un imprevisto e tornare rapidamente sul compito.
Allenati, soprattutto, a trasformare il momento che potrebbe diventare una crepa nella tua prestazione in un semplice passaggio della gara.
Perché il primo gesto può essere imperfetto o può essere sbagliato, ma spesso è il secondo gesto a raccontare davvero che atleta sei.
E il bello è che quel secondo gesto puoi iniziare ad allenarlo già da oggi.
È il momento di agire!
La prossima volta che commetterai un errore in allenamento, prova a non chiederti soltanto come evitarlo.
Chiediti anche: “Come voglio reagire quando succederà?”. Perché l’errore prima o poi arriverà e la vera preparazione mentale consiste nell’essere pronti anche a quel momento.
Se vuoi approfondire questo lavoro e costruire una procedura mentale realmente personalizzata, puoi partire da una Sessione di Coaching Preliminare e Gratuita.
Trasparenza: per la realizzazione di alcune immagini presenti nel Blog di MB vengono utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. I contenuti testuali restano frutto dell’esperienza professionale e delle riflessioni dell’autore.





