Una medaglia olimpica luccica. La pista di ghiaccio, sotto le luci, ancora di più. Ma quando si spengono i riflettori, quando il pubblico torna a casa e la medaglia finisce in un cassetto, che cosa rimane?
È una domanda che mi sono portato dietro dal Dream Team on Ice, evento organizzato da Ghiaccio Spettacolo (direttore artistico Andrea Vaturi) che il 13 e 14 agosto ha fatto tappa al rinnovato Palaghiaccio di Cerreto Laghi, riportando sul ghiaccio un cast davvero straordinario.
C’erano i tre bronzi olimpici del Team Event di Milano Cortina 2026: Matteo Rizzo e Daniel Grassl, nel Singolo maschile, e Charlène Guignard & Marco Fabbri nella Ice Dance. E poi Irma Caldara & Riccardo Maglio nella Coppia d’Artistico, Alice Velati & Davide Pastore nell’Aerial on Ice, Nicole Gosviani & Leoluca Sforza nell’Adagio Acrobatico del Cirque du Soleil e Philip Warren, pattinatore acrobata californiano cresciuto in Francia.
Il Palaghiaccio, peraltro, meritava già di essere protagonista della serata: una struttura rimasta inagibile per otto anni e finalmente restituita alla comunità, «con l’ambizione di diventare anche un punto di riferimento per raduni e allenamenti della Federazione Italiana Sport del Ghiaccio – sono parole del sindaco del Comune di Ventasso, Enrico Ferretti – e, in futuro, per l’hockey su ghiaccio».
Ma io ero lì anche per un altro motivo. Da giornalista, volevo ascoltare gli atleti. Da Mental Coach, volevo capire cosa ci fosse dietro la prestazione.
Per questo ho chiesto loro di parlarmi non soltanto di salti, medaglie e risultati, ma di pressione, paura, fiducia, errori, motivazione e di quel luogo invisibile nel quale, prima o poi, ogni atleta deve imparare a stare: la propria mente.
Ho intervistato tutti i protagonisti del Dream Team on Ice, fatta eccezione per Charlène Guignard e Marco Fabbri, la coppia delle Fiamme Azzurre che vanta quattro partecipazioni olimpiche, perché non avevano la “liberatoria” per rilasciare dichiarazioni. Una circostanza che, lo confesso, trovo francamente difficile da comprendere: credo che un atleta dovrebbe poter assumersi personalmente la responsabilità di parlare con un giornalista del proprio sport, senza dover ottenere un “permesso di parola” dall’alto.
Il focus delle mie domande è stato la gestione mentale della prestazione. Ecco che cosa mi hanno raccontato gli altri protagonisti dello spettacolo.
Matteo Rizzo: «La medaglia non ha cambiato me, ha cambiato lo sguardo degli altri»
Per Matteo Rizzo, quella di Milano Cortina è stata la terza Olimpiade. Il bronzo nel Team Event ha aggiunto una medaglia olimpica a una carriera già importante, ma non ha modificato la sua percezione di sé.
«Sicuramente cambia come gli altri mi guardano, perché in tanti non mi conoscevano e hanno iniziato a conoscermi dopo la medaglia. Come guardo me stesso no: sono sempre la stessa persona, il Matteo di prima. Siete voi a vedermi in modo diverso».
È una risposta che dice molto più di quanto potrebbe sembrare. Il risultato modifica il riconoscimento sociale, non necessariamente l’identità. E questa distinzione diventa fondamentale quando il livello della prestazione cresce e, con esso, crescono anche aspettative, attenzioni e pressioni.
«La prestazione è sempre al centro del mio focus», mi ha detto Rizzo, aggiungendo che bisogna però costruire una consapevolezza che arrivi insieme a un risultato importante e che bisogna rispettare.
Come si fa a proteggersi dalle aspettative esterne?
«È fondamentale avere la propria bolla e non farsi condizionare dalle pressioni esterne, dai social, dai giornalisti che certe volte ti fanno domande scomode. Io lavoro sulla mia mente da ormai otto anni».
Otto anni di allenamento mentale per imparare a stare dentro quella bolla che, evidentemente, non serve a isolarsi dal mondo, ma a scegliere quali voci lasciare entrare.
E dopo una medaglia olimpica? La risposta di Matteo non è quella di chi si sente arrivato.
«Sono grato e felice di quello che ho ottenuto, ma c’è sempre la voglia di potersi migliorare e superare sempre i propri limiti».
La cosa che ha scoperto di sé dopo la medaglia, però, non riguarda un salto o un risultato individuale: «Mi è piaciuto il contesto in cui è stata vinta la medaglia, la forza del team, il legame che si è creato e che non svanirà mai».
E quando gli ho chiesto che cosa significhi essere un campione, ha risposto così: «Significa ispirare i ragazzi non solo a intraprendere una carriera sportiva, ma a capire che nello sport si può trovare sé stessi e tutto quello che vuoi essere nella vita».
Daniel Grassl e quella sottile linea tra paura di vincere e paura di perdere
Con Daniel Grassl sono voluto andare più a fondo. Nel mio Blog avevo già affrontato il tema della paura di vincere e della paura di perdere, partendo proprio dalle Olimpiadi di Milano Cortina e dalla delusione vissuta da Ilia Malinin.
La sua risposta mi ha portato dentro una prospettiva ancora diversa.
«Io, dopo il programma Corto a Milano Cortina 2026, sono stato male, ho avuto un’intossicazione alimentare, e nel Libero la mia ansia non era tanto per i salti, ma era quella di riuscire a trovare l’energia per finire la prova».
È un particolare importante, perché mentre noi guardiamo un atleta sul ghiaccio e pensiamo alla difficoltà tecnica del gesto che sta per eseguire, nella sua testa può esserci una battaglia completamente diversa.
«Dopo la prima parte mi sono spento e ancora oggi mi arriva il pensiero del rammarico di cosa avrei potuto fare se fossi stato nel pieno della condizione fisica».
Poi Daniel torna sul tema delle aspettative: «Purtroppo le aspettative di chi ti sta attorno sono sempre alte, tutti ti vogliono sempre al top».
E, parlando di Malinin, aggiunge che a suo giudizio la pressione enorme che aveva addosso lo ha condizionato nella gara più importante, prima di imparare la lezione e vincere subito i Mondiali successivi.
Ma la paura di vincere esiste davvero?
«La mia principale paura è quella di non riuscire a dare in gara quello che di solito faccio in allenamento. Per me è più forte la paura di perdere. Mentre, tornando a Malinin, a mio giudizio nel suo caso è stata più la paura di vincere, data dalla enorme pressione sopra di lui, a condizionarlo».
Daniel, però, dalla sua prima Olimpiade ha portato a casa anche una scoperta positiva: «Ho scoperto una motivazione che mi ha portato a lavorare ancora più duramente».
La prestazione, quindi, non è soltanto ciò che vediamo quando l’atleta scende in pista. È anche tutto quello che succede prima e dopo, compreso il modo in cui interpreta un momento difficile.
Quando devi affidare il tuo corpo a qualcun altro
Se nel Singolo la sfida mentale è soprattutto individuale, nelle Coppie entra in gioco un elemento ancora più delicato: la fiducia.
Riccardo Maglio lo spiega con una battuta che rende perfettamente l’idea della differenza di responsabilità con Irma Caldara.
«Prima si lavora su sé stessi, poi si può pensare a chi hai di fianco, ma la fiducia che deve metterci Irma è sicuramente maggiore di quella che devo metterci io, perché è lei quella che “vola”, mentre io passo il 90% del tempo attaccato al ghiaccio».
Ma la fiducia non è sufficiente se non sai cosa fare dopo un errore.
Irma lo sa bene: «Appena fatto un elemento, che sia andato bene o male, devi subito accantonarlo e andare avanti, come se ognuno fosse il primo che stai facendo».
È una frase che potrebbe essere scritta sul muro di qualunque spogliatoio.
Riccardo, quando gli chiedo che cosa significhi essere un campione, non cita una medaglia: «Significa lavorare tanto con la mente». Non è un modo di dire: circa tre anni fa, infatti, i due hanno iniziato un percorso di allenamento mentale.
Per Irma, invece, essere campioni significa avere «tanta costanza, forza di volontà e crederci tanto».
Alice e Davide: la fiducia può trasformare la paura in concentrazione
Con Alice Velati e Davide Pastore il concetto di fiducia diventa ancora più concreto, perché l’Aerial on Ice porta l’acrobatica direttamente sopra il ghiaccio.
Come si trasforma la paura di un gesto acrobatico in concentrazione?
«La nostra disciplina – risponde Alice – necessita di una dose di fiducia nel proprio partner e nelle proprie capacità. Noi abbiamo un ottimo rapporto di fiducia, quindi probabilmente è proprio questa fiducia che ci permette di trasformare la paura in concentrazione».
Ma la paura, a volte, arriva comunque.
«Ogni tanto a me viene quel lampo di paura, e lì c’è bisogno di Davide. Basta uno sguardo come a dire: “Mi hai? Mi tieni?”. E quando percepisco “Ti tengo!”, poi partiamo e tutto funziona».
Quel dialogo dura forse un istante. Ma dentro quell’istante c’è tutto: paura, fiducia, comunicazione, presenza.
E c’è anche un altro aspetto che mi ha colpito particolarmente. Alice racconta che gli errori e i salvataggi compiuti nel tempo hanno contribuito a costruire la fiducia reciproca. Ma fidarsi significa anche saper dire all’altro: «Non farlo».
Perché fidarsi non significa dire sempre sì. Significa riconoscere insieme quando è il momento di andare e quando, invece, è il momento di fermarsi.
La pressione, però, per loro ha un significato completamente diverso.
«Non la viviamo così. È un secondo lavoro che ci piace fare e quando non ci piacerà più smetteremo».
Alice fa il legale in un’azienda, Davide ha un’officina di meccanica ed è un ex pilota motociclistico. Quello che fanno sul ghiaccio, quindi, non è per loro un obbligo da sopportare, ma qualcosa che scelgono.
«È la gioia di qualcosa che ti manca se non lo fai», rispondono all’unisono.
Philip Warren: «La forza mentale è trovare ciò che è vero dentro di te»
Ho rivolto a Philip Warren una domanda sulla mental toughness, un concetto molto utilizzato nella cultura sportiva americana.
La sua risposta parte da un’idea precisa: la forza mentale consiste nella capacità di guardarsi dentro e trovare ciò che è autenticamente vero, nonostante ciò che la società, gli amici o la famiglia possono dirci.
Essere mentalmente forti significa, secondo Warren, riuscire a capire cosa si crede veramente, cosa si vuole veramente e cosa si vuole rappresentare e trasmettere al mondo.
Anche la differenza tra sicurezza e arroganza, secondo lui, passa dalla umiltà. Essere sicuri delle proprie capacità significa riconoscere chi è venuto prima di noi e le persone che ci hanno aiutato ad arrivare dove siamo. L’eccessiva sicurezza, al contrario, rischia di trasformare il percorso in una celebrazione esclusiva dell’io.
E poi ho chiesto a Philip se un atleta diventa davvero forte quando smette di avere paura o quando impara a esprimere il meglio di sé anche quando ha paura. La sua risposta è ancora più interessante.
«Direi che è un mix di entrambe le cose. Credo che un atleta raggiunga davvero il proprio apice, la massima espressione della propria forza, quando è completamente libero da qualsiasi forma di dubbio su sé stesso e dalle parole demotivanti che gli vengono rivolte. Quando è veramente dentro il proprio “zen”, nel proprio spazio di presenza. Che sia per una singola prestazione, per un’intera stagione o anche semplicemente momento dopo momento».
La medaglia è sul petto. La vera gara è nella testa.
Ascoltando questi campioni, alla fine mi sono accorto che stavamo parlando di sport solo in apparenza.
Stavamo parlando di identità, perché Matteo Rizzo ci ricorda che una medaglia può cambiare lo sguardo degli altri senza cambiare chi siamo.
Stavamo parlando di pressione, perché Daniel Grassl racconta quanto possa essere sottile la differenza tra la paura di non riuscire a fare ciò che sai fare e quella di dover soddisfare aspettative diventate troppo grandi.
Stavamo parlando di presenza, perché Irma Caldara sa che un elemento, una volta eseguito, deve essere lasciato andare immediatamente, positivo o negativo che sia.
Stavamo parlando di fiducia, perché Alice Velati e Davide Pastore ci mostrano che puoi trasformare un lampo di paura in concentrazione quando sai che dall’altra parte qualcuno ti sostiene. E che la vera fiducia comprende anche la capacità di dirsi “non farlo”.
Stavamo parlando di allenamento mentale, perché Riccardo Maglio lo considera parte integrante del lavoro di un campione e Matteo Rizzo racconta di lavorare sulla propria mente da otto anni.
E stavamo parlando di autenticità, perché Philip Warren ci ricorda che essere forti significa anche riuscire a distinguere ciò che vogliamo veramente da ciò che gli altri vorrebbero che fossimo.
Non è un caso che da anni sostenga che diventare campioni sia prima di tutto una questione di mentalità. Prima ancora del gesto tecnico c’è il modo in cui scegli di viverlo.
E non è nemmeno un caso che il tema della presenza ritorni così spesso quando parliamo di prestazione. Quando sei sul ghiaccio non puoi correggere il salto appena fatto e non puoi ancora eseguire quello successivo. Esiste soltanto quello che stai facendo in quel preciso momento.
È la stessa logica che avevo approfondito parlando di paura di vincere e paura di perdere:
il passato non può essere cambiato e il futuro non può essere controllato. L’unica cosa sulla quale puoi davvero agire è ciò che accade adesso.
Forse è proprio questo che accomuna tutti gli atleti che ho incontrato a Cerreto Laghi, indipendentemente dal fatto che abbiano una medaglia olimpica al collo o che si esibiscano in una figura acrobatica a diversi metri dal ghiaccio.
La differenza non la fa l’assenza di paura: la fa quello che scegli di fare quando la paura arriva.
Perché alla fine, quando togli la musica, le luci, il pubblico e persino la medaglia, rimane una persona.
Una persona che deve ancora decidere come stare davanti alla propria paura, come reagire a un errore, quanto fidarsi degli altri e, soprattutto, quanto fidarsi di sé stessa.
Ed è forse proprio qui che si riconosce un campione: non quando sale sul podio, ma quando nessuno lo sta guardando.
Il ghiaccio, in fondo, è soltanto il luogo nel quale quella sfida diventa visibile.
Momenti di… Dream!
Foto (clicca sulle miniature per ingrandire le immagini) e video della serata da… sogno!
Trasparenza: per la realizzazione di alcune immagini presenti nel Blog di MB vengono utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. I contenuti testuali restano frutto dell’esperienza professionale e delle riflessioni dell’autore.






















































































































