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Paura di Vincere e Paura di Perdere: due facce della stessa medaglia

Hai mai visto un atleta perdere una gara già vinta? La paura di vincere e quella di perdere nascono dalla stessa radice: l’aspettativa. Scopri perché la pressione olimpica può sabotare anche i più forti e come allenare la mente a restare nel gesto.

Paura di Vincere e Paura di Perdere

Hai mai visto un atleta perdere una gara che aveva già vinto?

Alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, concluse domenica 22 febbraio con un fantasmagorico 30 e lode, abbiamo assistito a successi memorabili ma anche piccoli drammi sportivi che, da Mental Coach, conosco fin troppo bene.

Parlo dei crolli improvvisi, di quei momenti in cui l’atleta più forte, talentuoso e preparato, quello che “ha già l’oro al collo” secondo giornali e social, entra in gara e… non è più lui. Qualcosa si inceppa o, peggio, si spezza e arriva l’errore inspiegabile, la caduta. È quel dettaglio che cambia tutto.

E ogni volta la domanda è la stessa: com’è possibile?

Malinin: quando il favorito diventa prigioniero

Il nome che ha fatto più rumore è quello di Ilia Malinin, il ventenne statunitense che si è auto proclamato “Quad God”, Dio dei Quadrupli, nel pattinaggio di figura, già citato a caldo nel commentare il secondo oro conquistato da Federica “La Tigre” Brignone. Super favorito, talento straordinario, tecnica enormemente superiore: aveva la vittoria in tasca e gli sarebbe bastato fare poco più di un compitino per sentir suonare The Star-Spangled Banner. Eppure, nel momento decisivo, la tensione ha avuto il sopravvento: errori tecnici, due cadute, sogno sfumato.

Non è stato un problema di preparazione. Non è stato un problema fisico. Lo ha tradito la pressione di dover vincere, di confermare le aspettative, di non deludere un mondo che ti ha già incoronato campione prima ancora che la gara inizi.

McGrath: l’inforcata che ti cambia la vita

Lo stesso copione si è visto nello slalom con lo sciatore norvegese Atle Lie McGrath: in testa dopo una prima manche perfetta, poi un errore fatale nella seconda dovuto al pensiero che si è spostato per un nanosecondo sul risultato, a un’aspettativa che entra, alla paura di “dover confermare”.

La sua rabbia è stata evidente: ha buttato un bastoncino, mentre i tecnici svizzeri a bordo pista gli esultavano in faccia per aver regalato l’oro a Loïc Meillard, poi si è sganciato gli sci, è uscito dalle reti di protezione, si è incamminato nella neve fresca e si è messo a piangere ai margini del bosco, una delle scene più toccanti dei Giochi.

Tabanelli: il salto che non perdona

Nel Big Air freestyle, infine, un atterraggio sbagliato nel momento chiave ha cambiato il destino della competizione. L’emiliano Miro Tabanelli, protagonista di un’eccellente prima run che gli ha permesso di strappare un sontuoso punteggio di 91,00, nelle successive due prove non è riuscito a trovare il giusto feeling con il secondo trick e ha visto sfumare la finale.

Situazioni diverse, meccanismo identico.

La mente non stava più eseguendo ciò che sapeva fare, stava difendendo un’identità al posto di restare focalizzata sull’azione, che poi è il confine tra Mindset Statico e Mindset Dinamico, il primo costruito sulle convinzioni granitiche che abbiamo maturato riguardo alle nostre capacità e secondo incentrato sul processo.

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Paura di perdere o paura di vincere?

Qui arriva la provocazione:

il punto non è perdere, ma è aver paura di vincere.

Perché vincere significa cambiare status, significa diventare “quello che ce l’ha fatta”, significa acquisire l’immagine pubblica del vincente, significa esporsi ancora di più. Più aspettative, più pressione, più giudizio. Vincere alza l’asticella per sempre.

Allora cosa succede nella testa di un atleta in quel momento?

La concentrazione si sposta, non è più sul gesto tecnico, sull’azione. Non è più sul ritmo, sulla traiettoria, sull’esecuzione. È sul risultato, sulla medaglia, sui titoli dei giornali, sui like social.

Ed è esattamente qui che nasce il cortocircuito.

Quando il focus esce dall’azione e va sulle conseguenze, il corpo perde fluidità perché si disattiva il pilota automatico e la mente entra in modalità controllo; e il controllo eccessivo è il nemico della performance.

Come dico spesso ai miei atleti: la gara non si perde perché hai paura. Si perde perché ti identifichi con quella paura.

Il vero avversario è l’aspettativa

Vediamo adesso il punto chiave. Non importa se stai gareggiando alle Olimpiadi o in una gara provinciale, quelle che io chiamo le gare del prosciutto. Il meccanismo mentale è lo stesso:

se inizi a competere contro ciò che gli altri si aspettano da te, hai già perso il tuo centro.

Il pubblico vuole l’oro, i genitori e l’allenatore si aspettano conferme, i media vogliono la storia perfetta, ma tu, in quel momento, cosa devi fare?

Una cosa sola: eseguire ciò che sai fare, in modo automatico.

La mente sotto pressione tende a spostare il focus su ciò che potrebbe accadere. “E se sbaglio?”, “E se deludo?”, “E se questa è l’unica occasione della mia vita?”.

Ma la performance non vive nel futuro, vive nel gesto presente.

La paura di vincere e la paura di perdere sono due facce della stessa medaglia: entrambe ti fanno uscire dal qui e ora.

E quando esci dal qui e ora, la tecnica si irrigidisce, il talento si contrae e il corpo non fluisce più.

La gestione della competizione non è un optional

Qui voglio essere diretto: non basta essere forti, non basta allenarsi di più, non basta “volerlo tantissimo”.

La gestione della pressione è una competenza, e come ogni competenza si allena.

Molti atleti credono che chiedere aiuto mentale sia un segno di debolezza. Pensano: “Se sono davvero forte, dovrei farcela da solo”.

Davvero? Un atleta lavora con un preparatore atletico per la forza, con un tecnico per il gesto, con un nutrizionista per l’alimentazione. Ma quando si tratta della testa – che decide tutto – improvvisamente dovrebbe arrangiarsi? È qui che nasce un altro autosabotaggio silenzioso.

Accettare un aiuto esterno non significa essere fragili: significa essere professionisti.

Significa trasformare la pressione in energia, non in paralisi.
Significa allenare la mente a restare focalizzata sul processo, non sul risultato.
Significa imparare a riconoscere i segnali di sovraccarico mentale prima che diventino errori tecnici. 

Il problema non è l’Olimpiade. Il problema è l’interpretazione che dai a quell’Olimpiade: se la vivi come un giudizio sulla tua identità, sarai schiavo della paura; se la vivi come un contesto in cui esprimere ciò che sai fare, torni libero.

È il momento di agire!

Se sei arrivato fin qui, significa che questo tema ti tocca da vicino. Forse non stai preparando un’Olimpiade, ma magari stai preparando una gara per te importante, un campionato, una qualificazione o una selezione. O semplicemente vuoi fare un salto di qualità.

E allora ti faccio una domanda diretta: quando competi, il tuo focus è su ciò che sai fare o su ciò che gli altri si aspettano da te?

Se senti che la pressione ti condiziona più di quanto vorresti ammettere, forse non ti serve più allenamento tecnico, ti serve un lavoro mentale serio. Perché non importa dove si svolge la gara, importa dove si trova il tuo focus, e quello si allena.

E se senti che la pressione ti blocca nei momenti decisivi, non aspettare che accada di nuovo:

allenare la mente è una scelta di responsabilità, non di debolezza.

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