Se sei un atleta, probabilmente ti è capitato almeno una volta di sentirti in colpa perché non ti stavi allenando.
Un giorno di riposo diventa una giornata “persa”, una settimana più leggera sembra un passo indietro, e quando il corpo chiede di rallentare, nella testa compare quella vocina fastidiosa: “Se mi fermo, gli altri continuano, e quando ripartirò sarò più indietro di loro!”.
È una trappola mentale nella quale ero caduto anch’io anni fa, perché quando hai costruito la tua identità sull’idea che per migliorare devi fare sempre qualcosa in più, fermarti sembra quasi una forma di debolezza.
Ma c’è un cambio di prospettiva che può trasformare completamente il modo in cui vivi l’allenamento:
recuperare non significa smettere di allenarsi: significa allenarsi anche a recuperare.
Il problema non è allenarsi tanto. È non saper smettere
Nel mondo dello sport siamo abituati a celebrare la fatica, e io ne so qualcosa, perché quando ero un pesista Azzurro ci allenavamo anche tre volte al giorno: mattina, pomeriggio e dopo cena!!!
La sveglia presto, le ripetute, i chilometri, i carichi, le sedute doppie o triple, il sacrificio. Tutto questo ha un valore enorme, naturalmente, perché senza lavoro non esiste miglioramento, ma c’è una parte dell’allenamento molto meno spettacolare e molto meno raccontata: quello che succede quando l’allenamento finisce.
Perché il corpo non migliora semplicemente mentre lo sottoponi a uno stimolo: ha bisogno anche del tempo necessario per recuperare da quello stimolo. E lo stesso vale, in modo diverso ma altrettanto importante, per la mente.
Un atleta può essere fisicamente preparato e contemporaneamente avere una testa stanca, sovraccarica, incapace di concentrarsi. Può continuare a eseguire il programma, ma perdere progressivamente qualità, entusiasmo e lucidità. Perché il sistema nervoso è come una batteria: a forza di chiedergli energia, prima o dopo si scarica. Tradotto: puoi avere un corpo pronto e, allo stesso tempo, arrivare alla prestazione con le batterie mentali quasi scariche.
La fatica non è sempre un segnale di crescita
Questa è una distinzione fondamentale: essere stanchi non significa necessariamente stare migliorando, a volte significa semplicemente essere… stanchi! Lo so, sembra una binellata, una banalità, ma per un atleta abituato a misurare il proprio valore attraverso ciò che riesce a fare, accettarla può essere difficile.
La cultura del “non mollare mai” è utile quando ci aiuta a superare una difficoltà, però può diventare pericolosa quando ci impedisce di riconoscere che, in quel momento, la cosa più intelligente da fare, per evitare infortuni o, peggio, per scongiurare il burnout, è rallentare.
È qui che entra in gioco la mentalità, perché recuperare richiede consapevolezza, disciplina e fiducia. Devi avere la consapevolezza di ascoltare i segnali che arrivano dal corpo e dalla mente, la disciplina di rispettare il programma di recupero e la fiducia necessaria per non vivere la pausa come una minaccia alla tua prestazione. In altre parole, devi smettere di pensare che ogni giorno debba necessariamente produrre una prestazione di alto livello.
Il recupero è parte dell’allenamento mentale
Quando parlo di allenamento mentale, spesso l’immaginario corre immediatamente alla visualizzazione, alla concentrazione, alla gestione dell’ansia o al dialogo interno, ed è tutto ovviamente corretto e in armonia con il mio PerCorso di Sport Coaching, ma c’è anche un altro allenamento, apparentemente passivo, che in realtà richiede una grande partecipazione mentale: imparare a stare fermi senza sentirsi in colpa.
Pensa a un atleta che ha terminato una stagione agonistica molto impegnativa. Il suo primo impulso potrebbe essere quello di mantenere comunque la stessa routine: palestra, pista, campo, piscina, controlli, tabelle. Ecco, sappi che è esattamente il contrario di ciò che serve!
Nel mio Blog ho già raccontato quanto sia importante concedersi un vero periodo di “scarico” alla fine della stagione, arrivando persino a definirlo una sorta di reset fisico e mentale. Il punto, però, non riguarda soltanto la fine della stagione, perché la capacità di recuperare deve entrare nella quotidianità dell’atleta, ovvero, deve diventare una competenza.
Recuperare significa anche staccare dall’identità dell’atleta
C’è poi un aspetto ancora più profondo, che arriva fino alla definizione della propria identità che si fonde con il ruolo sportivo, soprattutto quando l’attività agonistica occupa una parte importante della vita e l’atleta non è più soltanto ciò che fa: diventa ciò che è: “Sono un runner”, “Sono un nuotatore”, “Sono un tiratore”, “Sono un calciatore”, “Sono un ciclista” e via così.
Questa identità può essere una straordinaria fonte di motivazione, ma può trasformarsi in una gabbia quando ti convince che, se non ti alleni, non sei più quello che dici di essere! E allora anche una domenica trascorsa senza fare sport può generare inquietudine, ma ora prova a guardarla da un’altra prospettiva:
se la tua identità è abbastanza solida, non hai bisogno di dimostrarla ogni giorno.
Puoi essere atleta anche quando riposi, puoi essere competitivo anche quando non gareggi, puoi voler migliorare senza dover migliorare ogni singolo giorno, anzi, proprio questa sicurezza ti permette di costruire una relazione più sana con la prestazione.
Il vero recupero non è soltanto fisico
Quando diciamo “recupero”, pensiamo spesso al sonno, alla pausa tra due allenamenti, all’alimentazione o alle strategie utilizzate per favorire il recupero muscolare. Sono elementi importanti, ma c’è anche un altro livello: hai bisogno di recuperare attenzione, hai bisogno di recuperare motivazione, hai bisogno di recuperare curiosità, e hai bisogno, qualche volta, di recuperare persino il piacere di fare sport. In altre parole: hai bisogno di ricaricare le batterie.
Se ogni uscita, ogni seduta e ogni giornata vengono vissute esclusivamente in funzione della prestazione successiva, rischi di trasformare ciò che ami in un altro lavoro da svolgere, ed è proprio qui che il recupero mentale diventa parte della performance sostenibile, perché non si tratta di scegliere tra prestazione e benessere: si tratta di capire che, nel lungo periodo, le due cose devono stare insieme.
Come allenarsi a recuperare
Ti propongo quattro domande semplici, ma tutt’altro che banali.
1. So riconoscere quando ho bisogno di rallentare?
Se aspetti di essere completamente scarico prima di recuperare, probabilmente stai intervenendo troppo tardi: imparare ad ascoltarsi significa riconoscere i segnali prima che diventino un problema.
2. Riesco a rispettare una giornata di riposo senza sentirmi in colpa?
Se la risposta è no, non hai soltanto un problema di recupero fisico: hai un problema di relazione con la prestazione.
3. So fare qualcosa che non abbia nulla a che vedere con il mio sport?
Leggere, viaggiare, stare con le persone che ami, dedicarti a una passione diversa: cambiare ambiente e stimoli può aiutarti a uscire dalla modalità agonistica continua.
4. Quando riparto, sono davvero più presente?
Il recupero non dovrebbe essere valutato soltanto in termini di ore trascorse senza allenarti: valuta se quando torni ad allenarti sei di nuovo mentalmente nel “qui e ora”.
La prestazione migliore non nasce dalla spinta continua
Uno dei concetti che più mi piace trasmettere agli atleti è che la performance non è una linea retta. Ci sono momenti in cui spingi, momenti in cui consolidi, momenti in cui pensi di “andare forte” ma in realtà non è così, momenti in cui osservi e momenti in cui recuperi. Fa tutto parte dello stesso percorso di crescita.
Il problema nasce quando interpreti ogni rallentamento come una perdita di terreno e quindi reagisci aumentando ulteriormente lo sforzo.
È un po’ come guidare un’automobile tenendo sempre il motore al massimo dei giri: per qualche tempo puoi anche andare molto forte, ma se non lasci mai raffreddare il motore, prima o poi qualcosa presenterà il conto.
Nel percorso verso l’eccellenza, la resilienza non consiste nel sopportare qualsiasi cosa all’infinito; consiste anche nel sapere quando cambiare ritmo, quando adattarsi e quando recuperare le energie necessarie per ripartire.
È il momento di agire!
Prova a programmare con la stessa attenzione con cui rispetti il tuo allenamento anche il recupero tra una seduta e l’altra, che non è semplicemente uno spazio vuoto tra due sedute: consideralo una seduta a tutti gli effetti.
Decidi quando rallentare, come recuperare, quali attività utilizzare per liberare la mente e, soprattutto, osserva cosa succede quando smetti di considerare il riposo una perdita di tempo. Potresti scoprire che quando torni ad allenarti, non sei semplicemente più riposato: sei più presente, più lucido, più motivato e più disponibile a dare il meglio.
Perché…
… il vero Atleta Vincente è quello che sa quando spingere, quando rallentare e quando fermarsi per poter spingere ancora.
E questa, forse, è una delle forme più sofisticate di allenamento mentale!
Trasparenza: per la realizzazione di alcune immagini presenti nel Blog di MB vengono utilizzati strumenti di intelligenza artificiale. I contenuti testuali restano frutto dell’esperienza professionale e delle riflessioni dell’autore.





