massimo binelli

BUSINESS E SPORT COACH

Il Blog di MB

Pillole di Coaching

Domenica, 12 Gennaio 2020 21:57

«Gli allenamenti, la chiave di tutto» (Il successo è figlio del duro lavoro)

Il titolo di questa Pillola l’ho preso in prestito dal sesto capitolo di “Inseguendo Bolt”, libro di Pietro Mennea scritto in collaborazione con l’amico Daniele Menarini, condirettore del mensile “Correre”, uscito nel settembre del 2012, pochi mesi prima della scomparsa della Freccia del Sud. Mennea cita testualmente Usain Bolt, là dove parla del suo coach e lo considera «il migliore allenatore del mondo, un ottimo stratega e un grande motivatore». Non c’è dubbio, infatti, che Glen Mills, questo è il suo nome, sia l’artefice dei due record stratosferici del Fulmine della Giamaica, il 9.58 nei 100 metri e il 19.19 nei 200 metri, tempi che molto probabilmente resisteranno ben più dei 17 anni lungo i quali il 19.72 fatto segnare da Mennea nel 1979 (tuttora record europeo) è rimasto inviolato. Nelle parole di Bolt è possibile ritrovare gli ingredienti della mia Formula dell’Atleta Vincente

Corpo e mente, Squadra… Vincente 
Nelle “Istruzioni per l’uso”, che trovi all’inizio del mio libro “Atleta Vincente”, affermo che un Atleta Vincente è la somma di un 25% di competenza tecnica, 25% di prestanza fisica e 50% di potenza mentale. In altre parole, a mio parere un Atleta Vincente è l’espressione di un equilibrio tra il 50% di bagaglio tecnico e fisico e il 50% di potenza mentale, pur con i dovuti distinguo tra uno sport e l’altro, perché per “vincere” la mente e il corpo devono essere addestrati a lavorare come una squadra, senza virtuosismi solitari né da una parte né dall’altra.

Il mio libro “Atleta Vincente. Strategie e tecniche per diventare campioni nello sport e nella vita”, un vero e proprio manuale che rivela i segreti dell’atteggiamento mentale adottato dai Vincenti per raggiungere i loro traguardi: lo trovi su Amazon.it


Alcuni atleti che si rivolgono a me, dopo aver letto il libro, si aspettano che io riveli loro qualche rituale esoterico, con tanto di formula magica da recitare mattina e sera per diventare campioni dalla sera alla mattina. Nel libro ho usato il termine “formula”, è vero, ma la magia non c’entra, e soprattutto non ci sono scorciatoie! Il successo è figlio unicamente del duro lavoro, prima fisico e tecnico, poi mentale. Come scrive Mennea, infatti, «per eccellere in una disciplina sportivaè necessario allenarsi. Tanto. E bene».

Vuoi che te la racconti io? Ok, clicca e guarda il video...


Pietro Mennea, campione mondiale di resilienza
Mennea di allenamenti massacranti ne sapeva qualcosa. Nella Pillola 106 ho già riportato alcuni brani di un’intervista da lui rilasciata nel 2012. Raccontava dei suoi “vent’anni di reclusione”, a Formia, sotto alla guida del professor Carlo Vittori, durante i quali si sottopose a un carico di lavoro che nessun altro atleta riusciva a sopportare, in termini di quantità e intensità. Basti dire che quando eseguiva le ripetute sui 200 metri aveva tre o quattro compagni che a rotazione gli facevano da lepri, e alla fine del lavoro erano devastati, mentre lui ne aveva ancora!

Tuttavia, soltanto se l’atleta matura la consapevolezza che per diventare dei numeri uno bisogna soffrire, ovvero lavorare sodo, mantenendo la motivazione al livello più elevato possibile fino al raggiungimento dell’obiettivo più importante (che è la mia definizione della resilienza), è possibile usare la potenza mentale come un amplificatore della prestazione.

Per vincere, infatti, la mente e il corpo devono essere addestrati a lavorare come una squadra, lo ribadisco, e questo addestramento lo deve iniziare il coach dell’atleta, ben prima che intervenga il mental coach, il quale, salvo rari casi, fa la comparsa nella vita dell’atleta quando il livello delle sue prestazioni inizia ad essere rilevante.

La valenza del tecnico come motivatore, sosteneva Mennea, rappresenta un fatto importante nel rapporto tecnico-atleta. «Il lavoro principale di un allenatore – sono parole sue – oltre all’essere esperto di metodologia di allenamento, consiste nel saper motivare l’atleta. Il problema non è allenare un ragazzo di talento, l’ostacolo è nel motivarlo. Il lavoro principale di un allenatore è ispirare, inoculare emozioni nel cervello di un ragazzo, accendere la voglia di provare a realizzarle, quelle emozioni».

Troppe volte, invece, è proprio la forza di ispirare che latita. C’è soltanto l’ossessione per il risultato, esasperata da un modo di fare che spinge un coach insicuro a rimarcare costantemente e con durezza cosa non sta funzionando al posto di parlare dei progressi e del divertimento, unico antidoto in grado di rendere sopportabile la sofferenza per un ragazzo che avrebbe tanto altro da fare, al posto di faticare e prendere pure mazzate gratis.

Se manca questo aspetto motivazionale, i ragazzi, anche quelli dotati di talento, perdono fiducia nelle proprie capacità, dopo aver vissuto l’illusione dei facili successi, spesso con la complicità dei genitori che enfatizzano a dismisura le loro capacità, e abbandonano lo sport. È per questa ragione che il risultato agonistico deve essere sempre la conseguenza di una prestazione che va vissuta come un gioco, non come un incubo.

Genitori e allenatori, primi mental coach dei ragazzi
Un allenatore-motivatore, dunque, deve essere in grado di creare un ambiente non oppressivo, progettando allenamenti ricchi di divertimento e favorendo lo sviluppo di quella che io definisco “sana cattiveria agonistica” di cui ho parlato nella Pillola 122. In pratica, deve essere anche un bravo educatore, cercando di mitigare le pressioni che spesso i genitori troppo carichi di aspettative esercitano sui figli e, di riflesso, sull’allenatore per spingerlo a plasmare e a valorizzare il loro “fenomeno”.

È lo stesso Mills ad affermare che l’attività di un coach non può essere a una sola dimensione ma deve essere anche rivolta a sviluppare nell’atleta tutto ciò che serve per affrontare la vita, affinché cresca e si formi come persona equilibrata.

Ecco perché è indispensabile che coach e mental coach siano alleati, non rivali, come purtroppo spesso capita, quando un allenatore con qualche problema di autostima interpreta il lavoro del mental coach alla stregua di un’“interferenza” o, peggio, un’invasione di campo. Il rischio, concreto, è che il mental coach, ingaggiato direttamente dall’atleta o da genitori lungimiranti (che esistono, per fortuna), “costruisca”, e l’allenatore, con una mezza parola di troppo, “demolisca”.

Per tutte le ragioni fin qui esposte, da tempo ho progettato percorsi specifici per atleti e per allenatori.

Per gli atleti, a tutti i livelli e per tutte le fasce di età, c’è il “PerCorso di Sport Coaching Top”, totalmente personalizzabile sulla base delle esigenze individuali.

Per gli allenatori, invece, ho messo a punto il “PerCorso per diventare Mental Coach”, grazie al quale un bravo Coach può imparare ad agire nei confronti dei suoi atleti quale facilitatore di consapevolezza, responsabilità e fiducia, insegnando loro a gestire le proprie emozioni e a sentirsi dei Veri Vincenti, ben prima di pensare ai risultati.

E per i genitori? Beh, per i miracoli mi sto attrezzando, ma ce la farò!

È il momento di agire!
Battute facili a parte, che tu sia un atleta, un allenatore o un genitore di un atleta, contattami e ne parliamo… Come dico sempre, “alza le chiappe dal divano e muoviti, fai il primo passo verso il tuo obiettivo”, e anche rompere il ghiaccio con un’opinione o una domanda è un modo per uscire dal torpore e passare all’azione, non credi? ;)

Ultima modifica il Domenica, 12 Gennaio 2020 21:57