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Lunedì, 06 Giugno 2016 05:58

Maratona, il muro del trentesimo chilometro (Abbattere i Pensieri negativi e sviluppare la Resilienza)

Maratona, il muro del trentesimo chilometro (Abbattere i Pensieri negativi e sviluppare la Resilienza)

Il cosiddetto “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”, è l’incubo di molti maratoneti. Anche quando il crollo fisico non avviene, si verifica comunque un pesante calo di energia mentale, per effetto della profezia che si autoavvera: temo il muro, me lo aspetto, cerco di non pensarci ma in realtà mi logoro e quando arriva sono mentalmente sfinito. E su quel muro spesso si infrange rovinosamente il sogno di arrivare al traguardo dei 42 chilometri e 195 metri.

La Formula del Runner... Vincente!
Dopo la Maratona di Roma 2016, ho ricevuto molte email da parte di atleti che per la prima volta hanno “visto” il muro. Anziché prendere spunto per uno dei miei Botta e Risposta da uno dei tanti messaggi, tutti più o meno simili tra loro, il che mi avrebbe costretto a scegliere a caso, ho pensato di affrontare l’argomento “muro” in modo più ampio e, spero, più esaustivo per ogni runner.

Sgomberiamo subito il campo da un possibile equivoco, per evitare di creare false aspettative in chi si immagina che adesso io mi metta a ragionare di preparazione atletica, di scorte organiche di carboidrati, di bilancio idrico o di integratori alimentari. Nella prima sessione del videocorso Atleta Vincente, parlo della Formula dell’Atleta Vincente (se ancora non la conosci, puoi approfondire subito, l’iscrizione è gratis!):

 

 

25% competenza tecnica +
25% prestanza fisica +
50% potenza mentale =
100% ATLETA VINCENTE

 


Il mio libro “Atleta Vincente. Strategie e tecniche per diventare campioni nello sport e nella vita”, un vero e proprio manuale che rivela i segreti dell’atteggiamento mentale adottato dai Vincenti per raggiungere i loro traguardi: lo trovi su Amazon.it

Significa che un atleta può raggiungere certamente un’ottima preparazione tecnica e fisica, quanto mai necessaria per affrontare la gara di Filippide, ma siamo ancora a metà dell’opera, perché per arrivare all’eccellenza occorre curare anche, o meglio, soprattutto, l’altra metà, quella che riguarda la mente. Io do per scontato che il primo 50% sia già a regime, ossia che la tua preparazione tecnica e fisica, nonché gli aspetti della nutrizione, siano stati curati adeguatamente dagli specialisti del caso.

A me interessa occuparmi della tua mente, del restante 50% che ti consente di raggiungere il massimo delle tue prestazioni attraverso la scoperta e lo sviluppo delle tue potenzialità.

Ti rivolgo una domanda binelliana: secondo te, quanta energia hai ancora in corpo quando si accende la spia della riserva e la vocina che hai in testa inizia a ululare, ti grida di smettere, ti viene da vomitare dal dolore muscolare?

 

Vuoi che te la racconti io? Ok, clicca e guarda il video...


I terrifici grugniti dell’Homo Runner
Prima di darti la mia risposta, ti ricordo, semmai ce ne fosse bisogno, che il nostro corpo non è una macchina, quindi evita di tirare a indovinare facendo il paragone con la spia rossa che si accende nel cruscotto della tua auto. La riserva del serbatoio della tua fuoriserie effettivamente ti dà ancora un misero 10% di autonomia, ma è più che sufficiente per raggiungere il primo distributore. E una volta fatto rifornimento tutto torna come prima, non c’è da aspettare il “recupero”, la “digestione”, lo “smaltimento” delle scorie.

I meccanismi che regolano il nostro corpo sono frutto dell’evoluzione e, anche senza essere biologi o naturalisti darwiniani, è abbastanza intuitivo comprenderne le funzioni.

La sensazione di esaurimento delle scorte di energia, ad esempio, da cosa può derivare?

Ecco la mia spiegazione. Che gli scienziati inorridiscano pure, me ne farò una ragione… Il mio intento non è fare divulgazione scientifica rigorosa, ma trasmettere un messaggio su cui farti riflettere.

Immaginiamo di fare un viaggio nel tempo e riavvolgiamo il nastro di un milione di anni, in piena Età della pietra. Il nostro antenato, l’Homo erectus, cacciatore e raccoglitore ma non ancora produttore, doveva percorrere ogni giorno lunghe distanze per andare alla ricerca del cibo. E ovviamente doveva anche tornare indietro per sfamare chi lo attendeva in una caverna o su qualche altura.

Non disponeva di un aggeggio da maratoneta per misurare il tempo o la distanza percorsa, quindi doveva fidarsi delle sensazioni che il suo corpo gli trasmetteva, ossia fame, stanchezza, dolore, paura del buio... Se queste sensazioni, frutto dell’evoluzione e dunque ancora imperfette, lo tradivano, non aveva scampo: moriva. Resistevano solo i migliori, ossia riuscivano a sopravvivere i soggetti che avevano il sensore della stanchezza funzionante e ben tarato, al punto da sapere quando era il momento di invertire la rotta e tornare alla base.

La logica su cui ti sto portando è questa: quando il nostro uomo primitivo avvertiva la stanchezza, aveva ancora energia sufficiente per tornare indietro, ossia per percorrere la medesima distanza. Ma vogliamo osare? Bene, allora ti dico che a mio parere la spia della “riserva” si accendeva quando le energie consumate erano inferiori al 50% del totale, perché l’evoluzione ha premiato quegli individui che riuscivano anche ad avere le risorse per gestire un imprevisto, ossia un animale feroce da affrontare, una deviazione di percorso dovuta a frane o incendi, un diluvio e altre amenità dell’epoca.

La conclusione è secca e dura: quando ti trovi di fronte al muro, sappi che in linea di principio ne hai ancora per percorrere altri 30 chilometri, come minimo, perché questi meccanismi ormai fanno parte del nostro patrimonio genetico, dunque la tua spia funziona ancora come funzionava un milione di anni fa.

C’è però un problemino. L’Homo erectus al massimo poteva emettere qualche grugnito, ma siccome la Formula CCCP per trasformare un grugnito negativo in un grugnito positivo non esisteva ancora, continuava a grugnire, soffriva e pedalava; grugniva, soffriva e pedalava. L’Homo runner moderno, invece, continua sì a grugnire come l’antenato cavernicolo, però il suo grugnito, oggi che è dotato di linguaggio evoluto, si traduce anche in un pensiero (negativo), ed è lì la fregatura!

Il traduttore simultaneo di grugniti emessi dal maratoneta che si schianta contro il muro del trentesimo chilometro, mia invenzione brevettata, restituisce questi risultati:

£$%& = “Non ce la faccio più…”
§#@€ = “Muoio, mi devo fermare…”
Ç\!^^? = “Mi fa male tutto e mi viene da vomitare…”
¢¥/\§# = “Basta, tanto non arriverò mai al traguardo…”
{~}±°+ = “Ma chi me l’ha fatto fare, starò una settimana a letto!”


Poco fa ho citato la mia Formula CCCP per trasformare un grugnito negativo in un grugnito positivo: scoprila nella prima sessione gratuita del videocorso Atleta Vincente, poi contattami e ne parliamo, è una promessa.

Certo, sento già l’obiezione:

 

“O mental coach, e secondo te basta una formulina magica per sfondare il muro?”


No, non è sufficiente
. Occorre certamente lavorare sui pensieri, perché dai pensieri negativi si generano immagini negative (ricordi la “trappola della mucca lilla”?), ma più di ogni altra cosa bisogna sviluppare la resilienza, ossia la capacità di lavorare sodo, mantenendo la motivazione al livello più elevato possibile e per tutto il tempo necessario al raggiungimento del tuo obiettivo principale, ossia fino alla linea posta al 42esimo chilometro e qualche spicciolo.

Per approfondire: “Perseverare è umano”, di Pietro Trabucchi

 

Muri, muriccioli e muraglie…
Chiudo con la testimonianza della mia esperienza personale. Come scrivo nella mia biografia sportiva, i fattori di successo che ho condensato nel Progetto Atleta Vincente e che ogni settimana somministro con le Pillole di Coaching gratuite sono il frutto di oltre 35 anni di esperienza, tra Atletica Pesante e Leggera. Anche oggi continuo a sperimentare sulla mia pelle ogni tecnica più o meno innovativa: forse non invento nulla, ma di certo personalizzo tutto.

Ebbene, non ho mai corso una maratona, e non la correrò mai, non è nelle mie corde di velocista, però sappi che ho voluto testare la teoria della spia della riserva che si accende quando nel serbatoio abbiamo ancora almeno la metà delle risorse da spendere. Il giorno in cui decisi di affrontare i 400 metri, il mostro, il giro della morte, il terrore puro per ogni velocista, come l’ho definito nella (vecchia) Pillola 26, dopo i 200 metri, ossia a metà giro, mi si spense la luce, la vocina ululava e diceva che mi dovevo fermare, non c’era verso di arrivare in fondo.

Ti risparmio i tormenti che mi hanno portato ad avere “l’illuminazione” che sto condividendo con te e arrivo subito alle conclusioni. Un giorno mi sono detto: oggi corri i 400 metri pensando che siano due tratti: il primo di andata e il secondo di ritorno, e devi assolutamente tornare alla base, se non vuoi lasciarci le penne. Avevo il cuore a mille dalla paura, ma sono partito, quasi alla massima velocità. Giunto ai 200, al “mio” muro, soliti grugniti e medesimo istinto di smettere, ma sono andato avanti: 250 metri… 300 metri… 350 metri… traguardo! Tagliato con le gambe di legno, ma tagliato…

Sì, lo confesso, ho visto le stelle, ho parlato con gli angeli e ho combattuto con i demoni, ma sono arrivato. E ho avuto la prova che il blocco era solo mentale: le risorse per correre altri 200 metri le avevo, eccome se le avevo, altrimenti sarei stramazzato in pista e ora non sarei qui a raccontartela…

È il momento di agire!
A questo punto ti rivolgo l’ultima domanda: vuoi provare ad abbattere assieme a me il tuo muro? Contattami e ne parliamo. Come dico sempre, “alza le chiappe dal divano e muoviti, fai il primo passo verso il tuo obiettivo”, e anche rompere il ghiaccio con un’opinione o una domanda è un modo per uscire dal torpore e passare all’azione, non credi? ;)

 

 

 

Ultima modifica il Lunedì, 22 Maggio 2017 12:34

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